venerdì 25 gennaio 2008

"L'Italia distrutta dal nostro individualismo"


Riportiamo un interessante intervista di Luigi Mascheroni al filosofo Giovanni Reale, apparsa oggi su Il Giornale. Non pensate che sia un ottimo spunto di riflessione?
"L’ultimo libro di Giovanni Reale, scritto e «pensato» insieme a monsignor Angelo Scola, s’intitola Il valore dell’uomo. Un vertiginoso discorso a due voci sulla situazione attuale della società e dell’uomo: il multiculturalismo, l’integralismo religioso, il grande tema della sofferenza, le scelte difficili che si trovano a dover affrontare i giovani, i nuovi problemi di una società in continuo mutamento.Professor Reale, di che male soffre l’Italia?«Del più atroce: l’individualismo portato alle estreme conseguenze. La società, che poi siamo tutti noi, ha perduto il senso del valore dell’uomo come “persona” per trasformarlo in “individuo”. Ci siamo disabituati a rapportarci con gli altri e siamo finiti per rimanere soli con noi stessi. La libertà di cui godiamo oggi, il genere umano non l’ha mai avuta. Ma il prezzo è salatissimo: la dimenticanza di tutti gli “altri” per pensare solo a se stessi. Da qui tutti i nostri mali esistenziali e i nostri problemi quotidiani». Quali sono i più pericolosi?«La scienza che si è fatta scientismo, ossia un idolo che viene adorato e non più discusso. La tecnica che si è trasformata in tecnicismo, pretendendo di ridurre l’uomo a pure regole matematiche. La laicità che si è fatta laicismo e la ragione in iper-razionalismo, i due mostri che hanno impedito a Benedetto XVI di entrare alla Sapienza. E la politica che si è troppo politicizzata in senso machiavellico perdendo quello spessore etico che è l’unico collante che le può dare coerenza e consistenza». Tutti oggi parlano male della politica.«Sa cosa diceva Platone? Che gli uomini politici che governano in un dato momento non sono altro che l’espressione dell’animo dei loro cittadini. Secondo Platone lo Stato è la proiezione dell’anima dell’uomo. Se noi capiamo questo, comprendiamo come il nodo della crisi attuale non sia fuori ma dentro gli italiani».Ce la prendiamo coi politici invece che prendercela prima di tutto con noi stessi...«Jean Paul Sartre, un filosofo che per altre cose può essere biasimato, aveva capito oltre mezzo secolo fa una cosa fondamentale: nella Porta chiusa mette tre personaggi, un uomo e due donne, in un luogo misterioso costretti a fare i conti con la propria colpa, che è quella dell’individualismo e del narcisismo. Quel luogo è l’inferno. Sartre fa una scoperta terribile: che l’inferno sono gli altri. Ecco il punto: l’individualismo portato alle estreme conseguenze, l’essere “single”, è la vera infelicità. Il non andare più d’accordo con la propria moglie, i propri figli, i propri colleghi... E poi ci si stupisce che i politici non vadano d’accordo tra loro?».Da qui nasce anche l’antipolitica, i Celentano e i Grillo che sostituiscono i “saggi” nella guida del popolo...«Sono solo degli sciagurati che sfruttano un sentimento insito nel popolo e ne approfittano. Sono come i sofisti dell’antichità. Non bisogna aizzare la gente, ma aiutarla a recuperare in se stessa la necessità di “fare politica”, e far pressione sui politici perché ritrovino la strada dei valori comuni e non degli interessi personali».Come siamo arrivati a una situazione di sfascio come quella che ci rinfaccia l’Europa, e ci rinfacciamo noi stessi?«A parte il fatto che diffido per natura degli stranieri che da sempre amano l’Italia ma non stimano gli italiani, io credo che il dramma del nostro Paese, un dramma che paghiamo salato, sia di essere passato da una fase di povertà assoluta, come quella che io stesso ho vissuto durante la guerra quando mangiavo il pane fatto con la segatura, a uno stato di benessere che non ha uguali nella storia della civiltà, e questo in un lasso di tempo brevissimo. La traiettoria tra il nulla e il tutto è stata esplosiva e quando si passa dal “troppo poco” al “troppo tanto” succedono cose catastrofiche. Come quelle che vediamo oggi».Si perde il senso dei valori...«Si perde il senso della fatica e del sacrificio, che sono le cose che hanno retto la mia vita e quella della mia generazione. Oggi in molti italiani, giovani e meno giovani, non c’è molta voglia di fare fatica, di fare sacrifici, di “fare lavoro”, nel senso di fare una cosa prima di tutto per se stessa. A volte sento giovani collaboratori appena arrivati in università che chiedono: “Quanto mi danno per questo lavoro?”. Vogliono un lavoro che paga, non uno che appaga».E la colpa di chi è?«Di una certa pedagogia e di una certa politica che hanno insegnato ai giovani tutta una serie di diritti dimenticando il loro contrario, ossia i doveri. Chieda a un ragazzo l’elenco dei suoi diritti... Glieli reciterà a memoria. Mentre non saprà ricordarsi un solo dovere. L’etica del dovere non si sa più che cosa sia. Da qui lo sfascio della scuola, e del Paese».La scuola... Lei la conosce bene: ci insegna da una vita ed è stato uno dei «saggi» chiamati da Luigi Berlinguer per la sua Riforma.«Con Berlinguer mi sono trovato benissimo, e sono convinto abbia fatto anche un buon lavoro. Ma purtroppo la scuola italiana è infetta da due grandi mali. Il primo, di oggi, è costituito da certi pedagogisti e psicologi attenti agli “strumenti multimediali”... ai contenitori ma non ai contenuti, convinti che non sia compito della scuola offrirli ai ragazzi. Il secondo, di ieri, è il lascito dei professori figli del ’68, moltissimi dei quali vuoti di fedi e di valori. L’effetto ultimo è che la stragrande maggioranza dei ragazzi oggi in casa ha palestre, discoteche e ludoteche, ma non delle biblioteche. Hanno dimenticato la cultura della scrittura: il giovane oggi non sa più fruire, cioè “godere”, il libro. E le ricadute sul sociale sono facilmente immaginabili».Come si può uscire da questo impasse?«Riscoprendo i valori. Riscoprendo il senso dell’uomo come persona e in particolare il senso dell’amore “donativo”: non l’amore che pretende ma quello che dà. Che è la vera grandezza dell’uomo. Per evitare di cadere nella grottesca situazione di essere gli uomini più ricchi della storia della civiltà e insieme i più infelici».

giovedì 24 gennaio 2008

Una sola battuta...e poi parliamo di altro.


Ci sia consentita una sola battuta, irriverentemente entusiastica, ripresa da un frammento del poeta Alceo, scritto in occasione della morte di Mirsilo, tiranno di Lesbo (con l'occasione Alceo poteva tornare in patria dopo un lungo esilio)...poi siamo consapevoli che bisognerà dare prova non di sarcasmo ma di ben altre qualità, quindi non diremo più nulla su questa pagina (non proprio dignitosa) della politica italiana:
"ora bisogna ubriacarsi, ora bisogna bere quanto più si può, poichè è morto Mirsilo"

mercoledì 23 gennaio 2008

La spiaggia comunale in gestione ai privati

Il Comune di Terracina sta per mettere fine ad una delle esperienze più interessanti della prima Giunta Nardi: la gestione diretta delle spiagge comunali. Si mette dunque la parola fine ad una delle iniziative dell'Amministrazione Nardi (pochine per la verità) che aveva incontrato notevole favore tra la cittadinanza. Certo, la disorganizzazione e le polemiche nella gestione non sono mancati, così come inspiegabile è la perdita di esercizio risultata in bilancio (i costi sono quasi superiori ai ricavi). L'intuizione però, si dovrà convenire, non è stata niente male, visto che si è regolamentato il caos delle spiagge libere (erano veri e propri immondezzai), si sono creati posti di lavoro (sebbene stagionali), si è fornito un buon servizio alla cittadinanza a prezzi ragionevoli.
Ma nell'ottica perversa delle decisioni amministrative, un qualcosa che funzionava (e ripetiamo, oggigiorno i servizi effiecienti sono merce rara) viene prontamente smantellato. Verrà quindi predisposto un bando di gara per dare in gestione a privati gli arenili comunali. Mha! Non trovate che questa decisione sia poco condivisibile? Ma così è, il dado è tratto. E speriamo allora che la gara sia vera, senza le "infliuenze" (politiche e non) cui troppo spesso assistiamo; e speriamo poi (soprattutto) che i gestori futuri sappiano fornire all'utenza un servizio all'altezza del lungomare di Terracina. Vedremo...

Speriamo bene...


Per fare un regalo all'Italia non basta evocare la caduta del Governo Prodi. La vera sfida è quella di saper creare un'alternativa seria ad un esecutivo che, anziché esprimere una politica di governo, ha pensato (e pensa) solo a vivacchiare, dando di sé un'immagine tutt'altro che dignitosa. E' necessario recuperare la capacità di confronto, così che tutte le forze vitali del Paese possano contribuire a quella che si profila (e deve profilarsi) come una vera e propria "ricostruzione nazionale". Bisogna tornare a cercare il consenso non già "abbaiando" all'avversario, ma proponendo e mettendo in pratica politiche serie, che da una parte confortino i cittadini, e dall'altra ridiano alle Istituzioni la dignità (ormai perduta) che è loro propria. Per fare tutto questo è necessario però che il litigioso e variegato Governo Prodi, simbolo di protervia e ostinazione, cada definitivamente. E come diceva il barista di Ceccano, indimenticabile personaggio di Nino Manfredi, " E fusse ca fusse la vota bbona"!

Comunque sia...buon compleanno, Costituzione!

C'è chi l'ha definita "Costituzione di carta", chi l'ha osannata al pari di uno scritto sacro, chi l'ha bistrattata, insultata, tradita, chi, ancora, la ritiene enfaticamente "cemento di unità nazionale"; alcuni hanno strepitato ad ogni tentativo di modifica, in nome di un miope (e pretestuoso) concetto di immutabilità, molti altri l'hanno strumentalizzata, altri ancora stravolta e politicizzata; i più ne parlano senza conoscerla, altri tacciono e la ignorano completamente; c'è chi ne evidenzia le pecche dimenticando i pregi e chi dimentica le pecche evidenziandone i pregi; ci sono coloro che la considerano morta, altri marxista, alcuni la vorrebbero riformata, altri cambiata, qualcuno addirittura cancellata, altri ancora la renderebbero più viva e moderna, al passo con i tempi e con una realtà sociale molto diversa da quella con cui dovette confrontarsi la Costituente; c'è chi la modificherebbe a mezzo di una nuova Assemblea Costituente, chi con il procedimento dell'art. 138, chi ancora vorrebbe lasciare immutata la prima parte, chi travolgerebbe anche quella. E' questa la Costituzione (e molto di più ancora), dibattito continuo e grandioso compromesso politico nato sulle macerie di uno Stato dissolto e lacerato da dolororse ferite, a tutt'oggi non rimarginate. Ed oggi compie 60 anni.
Auguri dunque alla Carta Costituzionale! Ma auguri che non significano rigetto di qualsivoglia riforma, di ogni tentativo di sua modernizzazione, e, soprattutto, rifiuto di qualsiasi tentativo di renderla effettiva e vivente in relazione alla società italiana di oggi, inevitabilmente diversa da quella di 60 anni fa.
Crediamo quindi che una profonda riforma della Costituzione (e più in generale delle Istituzioni) sia necessaria, urgente ed ineludibile, ma non è certo sufficiente per ridare all'Italia la capacità di tirarsi fuori dal pantano socio - politico e culturale in cui è piombata. Così come, nello sport, non è sufficiente modificare le regole del gioco per ottenere una bella partita, allo stesso modo non basta riformare la Costituzione per ridare all'Italia la Politica che meriterebbe un grande Paese: ci vogliono gli "uomini", nel primo caso valenti giocatori, nel secondo politici di spessore, seri e capaci di far Politica. E, quanto a caratura dei personaggi che affollano il panorama politico di oggi, il quadro è davvero poco incoraggiante.

sabato 12 gennaio 2008

Siamo tutti primati (e qualcuno è ancora sopra l'albero)


Una carissima amica ci ha segnalato un interessantissimo esperimento compiuto sulle scimmie cappuccine, a mezzo del quale si è tentato di comprendere alcuni comportamenti in materia di equità sociale. Si tratta di un esperiemento riportato da Robert Dahl nel suo ultimo libro "Sull'uguaglianza politica" (Laterza). Dahl è professore di Scienza della Politica all'Università di Yale, USA: "ad alcune femmine di scimmia cappuccina fu insegnato a scambiare con lo sperimentatore degli oggetti dal valore simbolico - per esempio sassi di granito - in cambio di acini d'una o fettine di cetriolo. Esperimenti precedenti avevano dimostrato che nel 90% dei casi le femmine preferivano l'uva alle fettine di cetriolo e che in meno del 5% dei casi non avevano restituito il sasso in cambio del cibo. Le scimmie furono allora sistemate in gabbia a coppie, in modo che ciscuna potesse vedere l'altra, e vedere che tipo di cibo ricevesse in premio. Gli sperimentatori osservarono che se ad una scimmia veniva data una fettina di cetriolo in cambio del sassetto, ma questa vedeva che l'altra aveva però ricevuto l'acino d'uva (più gradito!), ecco che la prima spesso regaiva rifiutando di dare i sassi o addirittura di mangiare i cetrioli I ricercatori sono giunti alla seguente conclusione:La gente giudica l'equità in base alla distribuzione dei profitti e alle possibili alternative ad un certo esito. Anche le scimmie cappuccine sembrano misurare la ricompensa in termini relativi, facendo il paragone tra il premio ricevuto e quelli disponibili, le loro prestazioni e quelle degli altri. Esse rispondono negativamente a ricompense in precedenza ritenute accettabili, qualora una compagna riceva un trattamento migliore. Le scimmie, dunque, come gli esseri umani, sono giudate da EMOZIONI sociali. Tali emozioni, note agli economisti come "passioni", guidano le reazioni umane alle prestazioni, ai profitti, alle perdite e agli atteggiamenti degli altri".
E allora, questi risultati non vi fanno pensare a dottrine sociali si stampo comunista? La scimmia X è d'accordo allo scambio sasso - cetriolo, ma se vede la scimmia Y scambiare sasso-uva, denuncia il proprio accordo, protesta e sciopera. E non vi fa pensare alla politica spesso attuata dai sindacati? La cosa assurda (almeno tra gli uomini è così, ne sono certo) è che la scimmia X sarebbe soddisfatta non solo se riuscisse a ricevere l'uva in cambio del sasso, ma anche se alla scimma Y fosse dato il cetriolo invece dell'uva. Come dire, mal comune mezzo gaudio, oppure, parafrasando simpaticoni purtroppo presenti nello scenario politico: "anche i ricchi piangano" (e non già anche i poveri ridano).
Emilio Marigliani

venerdì 4 gennaio 2008

Attenzione a chi sale in cattedra.


L'inefficienza della scuola italiana è ormai sotto gli occhi di tutti, impantanata nella cronica incapacità di formare le nuove generazioni sia da un punto di vista umano che culturale. Ogni volta che ci si imbatte nel problema si tenta di spiegarlo con ragioni di carattere sociale, politico, pedagogico e via dicendo; si tende ad incolpare la società, la famiglia, l'avversario politico, il disagio giovanile, la moda.
Una recente indagine del settimanale Panorama ha invece fornito un altro spunto di riflessione. Il periodico ha selezionato cinque test dal questionario Pisa-Ocse 2006 che ha coinvolto un campione di oltre 400 mila studenti quindicenni di 57 Paesi (i quindicenni italiani sono arrivati tra gli ultimi) e li ha proposti ai professori che avrebbero dovuto mettere i ragazzi in condizione di rispondere ai quesiti. Il risultato è stato sorprendente. Per esempio, alla domanda "perchè la fermentazione fa lievitare la pasta" ha risposto correttamente (scegliendo quella giusta tra le opzioni prospettate) solo il 36% degli intervistati, mentre per altre tre delle cinque domande la percentuale delle risposte esatte è stata inferiore al 40%.
Ora, sondaggi del genere non hanno certo la pretesa di essere fedeli rappresentazioni della realtà, ma se docenti in materie scientifiche, presi a caso, non rispondono correttamente a test sottoposti ai loro alunni (si trattava pure di test a risposta multipla, quindi in forma facilitata) è indice che la preparazione degli insegnanti è un problema che va risolto in maniera prioritaria. Come si potrebbe pretendere, infatti, che insegnanti impreparati formino classi di studenti modello?
Come al solito il Ministro Fioroni dice che il Ministero sta lavorando ad un piano di aggiornamento del corpo docente, mentre il Presidente dell'associzione nazionale dei presidi non si dice sorpreso dell'esito dell'indagine, visto che nella scuola italiana non si entra per concorsi bensì per anzianità e graduatorie. Non c'è quindi alcuna garanzia di preparazione per coloro che andranno ad insegnare.
E tra cotanto "asinume", come si può pretendere che gli studenti conoscano il motivo per il quale si alternano il giorno o la notte, o quale è la capitale della Svezia? Che amarezza!